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Tecnici britannici: dove sono finiti?

Dalla creazione della Premier League contemporanea, nel 1992, solo due allenatori britannici sono riusciti a vincere il campionato : Sir Alex Ferguson e Kenny Dalglish, entrambi scozzesi; l’ultimo allenatore inglese a riuscire in questa impresa resta Howard Wilkinson, con il Leeds United 1991/92; all’inizio della seconda fase di Champions ed Europa League, 48 squadre in tutto, c’erano due tecnici britannici ancora in corsa.

La scomparsa degli allenatori britannici ad altissimo livello è un fenomeno complesso. Questa nuova fase di crisi limitando i riferimenti all’analisi storica di Jonathan Wilson, indirizza semplicemente la scarsa preparazione tattica del manager all’inglese.

Allo stesso modo, però, questa considerazione resta una parte importante del discorso. L’impatto di Guardiola sul sistema della Premier era già percepito come una vera e propria rivoluzione, dopo appena quattro partite, proprio a causa della differente formazione tattica del catalano rispetto al gioco semplice proposto dagli altri allenatori.

La Premier League un controsenso sportivo-economico

Il calcio inglese vive un paradosso culturale ed economico: la Premier League è estremamente impegnativa e competitiva, la pressione e le aspettative sono altissime, quindi è come se gli allenatori fossero costretti a preferire modelli di gioco tesi al primato dei risultati. Allo stesso tempo, però, l’inevitabile presenza dei migliori tecnici stranieri, attratti da stipendi e condizioni di calciomercato non replicabili in nessun’altra lega, aumenta la richiesta di avanguardia tattica, ed ha portato ad un progressivo allontanamento dal sistema di concetti e significati che da sempre caratterizzano il british football.

tecnici britannici

In un contesto del genere, un manager inglese e all’inglese, per principi di riferimento e metodologie di lavoro diventa una scelta secondaria rispetto ad un allenatore già affermato in un altro campionato.

È una condizione di primo livello, che limita soprattutto i giovani nello step successivo: quando i club inglesi non si affidano a un tecnico straniero, preferiscono preservare una certa identità di gioco, scelgono di non rischiare.

Tradizione e storicità, limitano l’evoluzione dei tecnici britannici?

La formazione dei tecnici britannici non sembra possedere gli strumenti e gli aggiornamenti necessari per poter rispondere alle esigenze di un sistema come quello calcistico inglese, dalla Premier fino alle serie inferiori. È anche una questione di flessibilità rispetto ad una figura che, pure in Gran Bretagna, sta diventando più vicina all‘allenatore dell’Europa continentale che a quella del manager tipicamente anglosassone.

Da qualche anno è cambiata l’esperienza di proprietà e di lavoro all’interno di una società, le aree destinate al controllo del solo tecnico e del suo staff sono diminuite, quindi si sono moltiplicati gli scontri tra gli allenatori e i dirigenti dei club.

Sir Bobby Robson icona dei manager britannici

Oggi la situazione è cambiata in maniera radicale, i club sono delle vere e proprie aziende orientate al business, in cui i tecnici hanno un ruolo depotenziato, minore. Allenano la squadra, e basta. Le altre decisioni competono alla dirigenza, e questo rende ancora meno stabile e riconoscibile il lavoro ad un progetto pluriennale, tipico del manager all’inglese.

Le difficoltà dei manager britannici all’estero

L’intero discorso sull‘inadeguatezza dei tecnici britannici finisce in maniera inevitabile: nell’aprile del 2017, il Guardian sottolineava la differenza di media punti, in Premier League, tra i manager stranieri (1.66) e quelli dell’arcipelago britannico (1.29). Una distanza che nel frattempo si è già espansa, e che continuerà a seguire questo trend.

Nelle prime quattro edizioni del massimo campionato inglese, si è visto in panchina un solo manager, straniero, l’argentino Ardilles al Tottenham. Insomma, parlare di crisi a tutti i livelli rispetto al contesto tattico e di politica calcistica non è assolutamente fuori luogo.

L’ultima conferma arriva dall‘estero: le esperienze recenti di Moyes (Real Sociedad) Neville (Valencia) sono state fallimentari, in questo momento non c’è un solo allenatore britannico nei primi 21 campionati del Ranking Uefa.

Frank Lampard al Chelsea e Steven Gerrard ai Rangers di Glasgow, sembrano aver invertito la rotta. Entrambi hanno assorbito idee e concetti di allenatori stranieri transitati nella patria del calcio. Nel complesso si può dire che il Settore tecnico britannico a dato vita ad un inversione di rotta, non ci resta che aspettare che nuovi Sir Alex Ferguson prendano in mano la situazione.

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1 Response
  1. Andrea

    Sono parzialmente d’accordo con quanto scritto. La rivoluzione è iniziata un po’ di anni fa’ quando dopo capello, hanno deciso di spendere meno soldi per i tecnici e più soldi per i settori giovanili. So che il discorso nazionale è diverso, però la FA spendeva soldoni per allenatori stranieri del calibro di Capello ed Eriksson. Riducendo i costi hanno poi potuto reinvestire quei soldi in progetti giovanili nei club, sposando le teorie di molti tecnici continentali sull’importanza del settore giovanile. La figura del manager inglese è un po’ diversa perché è o forse meglio dire era, poco allenante. Considerando che gli allenamenti veri e propri li facevano i coach mentre il manager si occupava più di prendere giocatori, fare la formazione e motivare. Negli anni, sembra che questa maniera di fare l’allenatore in Inghilterra sia cambiata come detto giustamente nell’articolo. Penso però che questo cambiamento non sia avvenuto ultimamente ma gradualmente nel corso di due decade. In fondo il cambiamento a premier league aveva lo scopo di ridare lustro al campionato inglese e per fare ciò, dovevano assorbire nuovi metodi dall’estero . Lo stesso Ferguson, in un intervista fatta in Italia più di dieci anni fa’, diceva che quando ha vinto la Champions con il Man United, il loro modello d’ispirazione a livello tecnico e manageriale era la Juventus di Lippi.
    Ogi forse, tocca a noi guardare gli altri cosa fanno, per migliorare il nostro calcio.

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