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Hajduk Spalato: l’arte di dire no

“Di solito, in molte occasioni, per convenienza, simpatia, costrizione o falsità, diciamo di sì. È la maniera peggiore per mettere in mostra la nostra personalità scadente. Bisogna avere il coraggio di dire no quando l’occasione lo richiede. Solo così non avremo rimpianti e saremo orgogliosi della nostra scelta.

Romano Battaglia

In ogni angolo di Spalato si respira calcio, si respira Hajduk . Non capita spesso di assistere ad una simbiosi così forte tra una squadra e la propria città.

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Una storia lunga, che parte paradossalmente da fuori, da Praga, dove nel 1911 a seguito di una match tra Sparta e Slavia, fulminati dalla bellezza di questo sport, un gruppo di ragazzi fonda il Hrvatski Nogometni Klub Hajduk Split.

La storia di questo club si riassume in tre grandi no.

Il primo no…

Nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale, in una politica di espansione verso est da parte del regime fascista, Spalato viene conquistata dal Regio Esercito italiano e annessa all’Italia. Viene così proposto all’Hajduk Spalato di partecipare alla Serie A.

Proposta ovviamente rifiutata.

La squadra si scioglie e i giocatori con lo staff trovano rifugio come clandestini su un’ isola croata controllata dagli Alleati e Spalato diventa nucleo dei partigiani croati.

…il secondo…

Al termine della Seconda Guerra Mondiale vinta dalle forze alleate, il Maresciallo Tito, ex-capo dei gruppi partigiani balcanici e neo-presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, vuole portare l’Hajduk a Belgrado e renderla la squadra ufficiale dell’esercito.

Ma come abbiamo già detto, il legame con Spalato è unico, viscerale e il club decide di non tradire i propri tifosi e diventare simbolo di un’altra città.

Arriva così il secondo no.

…ed infine il terzo

Nonostante un settore giovanile tra i più floridi in Europa in grado di sfornare molti giocatori visti anche in Italia come Tudor (ora allenatore del club), Kalinic e Pasalic, i conti del club intorno al 2010 non sono dei migliori e la squadra non è particolarmente competitiva.

L’affascinante storia attrae capitali esteri volenterosi di finanziare la rinascita dell’Hajduk Spalato per tornare a battagliare con la Dinamo Zagabria per il titolo.

Risposta? Ovviamente no.

La squadra simbolo della Dalmazia non si vende all’estero, a costo di passare altri anni sportivamente difficili.

Nel 2012 Marin Brbić, ricco businessman croato, acquista il team e i suoi debiti con la partecipazione economica dei tifosi, arrivando, dopo 4 anni senza acquistare giocatori sul mercato e puntando fortemente sul settore giovanile, finalmente a sistemare i conti societari.

Dal 2016 ad oggi l’Hajduk Spalato ha iniziato un processo di rifondazione ancora in atto, che al momento la vede come terza forza alle spalle della Dinamo Zagabria e del Rijeka.

Dopo non aver barattato le vittorie con la propria identità, a 15 anni dall’ultimo titolo nazionale l’Hajduk deve provare a ritornare al vertice, lo deve ai suoi tifosi.

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