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Scopriamo la comunicazione nel calcio

Salve a tutti.

Dopo aver presentato, nell’articolo precedente, la figura dello psicologo dello sport e come esso può diventare un’importante figura all’interno dello staffo di un gruppo sportivo, in quest’articolo andremo ad approfondire una delle dinamiche che riguardano il rapporto del mister con i suoi giocatori: la comunicazione nel calcio.

Nascono quindi una serie di editoriali che andranno ad approfondire questa particolare dinamica. La comunicazione infatti, se non viene allenata in maniera efficace, può portare, l’allenatore ad avere grandi difficoltà nel riuscire a trasmettere il proprio messaggio.

Per poter parlare in maniera efficace della comunicazione nel calcio, bisogna andare a conoscere qualche regola teorica che ne spiega il funzionamento.

Emittente – Ricevente

Jurgen Klopp fa della comunicazione con i calciatori uno dei suoi punti di forza

La prima regola che bisogna conoscere è che per esistere, la comunicazione deve essere composta da due o più soggetti: qualcuno che emette un messaggio e qualcuno che lo riceve. Ad esempio durante un allenamento, l’allenatore ha bisogno di poter trasmettere dei messaggi per poter dirigere al meglio la squadra.

Come vedremo nei prossimi articoli, ci possono essere tantissime variabili che non permettono all’emittente del messaggio, in questo l’allenatore, di essere efficace e di far arrivare il messaggio corretto.

A questo proposito però, l’errore più comune sta nel dare la colpa esclusivamente a chi deve ridere il messaggio. “Non mi ascoltate mai quando parlo!” è una frase molto comune sui campi da calcio.

Ma siamo sicuri che sia sempre colpa dei giocatori distratti?

“Non si può non comunicare”

Secondo Paul Watzlawick, creatore dei 5 assiomi della comunicazione, una delle regole base è che ogni comportamento è comunicazione: dal modo di vestire, di muoversi, fino ad arrivare al silenzio.

Anche il silenzio comunica qualcosa, quindi è importante per l’allenatore anche gestire  gli spazi e le pause comunicative.

I 5 assiomi della comunicazione saranno approfonditi negli articoli successivi, ma intanto scopriamo che questi sono regole importanti che riguardano i comportamenti comunicativi.
Tra essi troviamo:

  • non si può non comunicare (appena citato)
  • l’importanza dei ruoli ricoperti da coloro che stanno comunicando
  • l’influenza dei tempi comunicativi
  • l’influenza degli spazi comunicativi
  • il rapporto tra contenuto (linguaggio verbale) e relazione (linguaggio non verbale)

Non perderti i prossimi articoli sull’importanza della comunicazione nel calcio!

La comunicazione nel calcio si può allenare

Ebbene si, esattamente come il fisico, la tecnica e la tattica, anche la comunicazione si può allenare e si può fare in modo di migliorasi per diventare via via più efficaci.

Lo scopo di questa rubrica è quindi quello di rendere consapevoli allenatori ed atleti su quali siano le dinamiche della comunicazione su cui prestare attenzione.

In primis osservando se stessi e capendo quali comportamenti comunicativi sono efficaci e quali no, e, successivamente, provando a cambiare quelli inefficaci.

Come abbiamo visto, infatti, ogni comportamento genera un messaggio. Non prestare attenzione a questi messaggi può portare a conseguenze negative che vanno ad influire sulla crescita e la prestazione dell’intero gruppo

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1 Response
  1. Alberto

    Ho la fortuna di essere uno psicologo, la professione che ho sempre sognato di fare. Ho la fortuna di essere il papà di una giocatrice di calcio. Ho anche la fortuna di avere idee chiare su cosa significa empatia ed educazione. Seguo mia figlia per passione e per amore, mi piace quando corre, quando segna, ma anche quando svirgola un pallone e si arrabbia. Mi piace soprattutto quando sorride. Non mi piacciono tante altre cose del mondo del pallone ma le accetto perché non mi appartengono e non mi influenzano, e poi, anche volendole cambiare credo di non riuscire a farlo. Scrivo per parlare della situazione lacunosa in cui si trovano le società di calcio nei confronti di una figura professionale che è quella dell’educatore sportivo. Scrivo per testimoniare, non tanto per cambiare le regole bensì per renderle note, per condividerle con i genitori ed i papà come me. L’educatore sportivo, sia esso uno psicologo o un confidente poco cambia, laureato o no, basta che abbia propensione all’ascolto e alla comprensione. Deve, inoltre, essere un perfetto conoscitore del gioco del calcio, dei ruoli, delle dinamiche legate allo spogliatoio, alla panchina, ai titolari, pronto a fornire risposte vere e leali. In ultimo, requisito importante, deve essere educato ed avere rispetto di tutto ciò che gli viene dato in carico, poiché il suo ruolo è forse più importante, ai fini dell’obiettivo finale, di quello dell’allenatore. Sembrerà strano ma nella mia esperienza di papà di una calciatrice, ormai professionista, ho spesso osservato tutte queste dinamiche da un punto di vista privilegiato: quello degli spalti. Da fuori le cose si vedono in maniera diversa, non solo, si vedono anche cose che dal campo sono nascoste. Il risultato è che il calcio femminile, quello giovanile e quello maschile sono realtà permeate di contraddizioni e di situazioni sgradevoli, di esempi fuorvianti, di storie tristi, ne più ne meno di quelle felici. Il calcio è uno sport di squadra, aggregativo, in cui giocano insieme 11 atleti; la realtà è che una squadra è formata da un numero maggiore di atleti, di pari dignità, con preparazione tecnica e attitudini diverse. Spesso una rosa è composta da 20-25 atleti, mentre gli atleti che entrano in campo ufficialmente sono soltanto 11. Quando si parla di squadra quindi si parla della rosa e non degli 11 titolari che scendono in campo: su questo non ci piove. Quando si vince si vince tutti insieme, si vince in 25, e si perde in 25. Spesso l’allenatore di calcio è il responsabile in toto del destino della squadra, se perde lo licenziano, lo criticano, lo riducono ad una controfigura dell’attore principale cui era. Quindi l’idea spesso usata e condivisa è quella di porre pochissima attenzione alla rosa per destinarla invece, in gran parte, ad una parte esclusiva di essa, quella degli 11 titolari. L’idea dell’allenatore di calcio è quella di vincere le partite, questo è l’obiettivo primario, non ce ne sono altri. D’altro canto se non esistessero gli infortuni basterebbero 11 giocatori, 11 atleti su cui puntare dall’inizio alla fine. Ma allora perché averne 25? Beh per comodità, per servirsene in caso di bisogno. Appunto! Sportivamente parlando ci sta, chi merita gioca, così come nella vita colui che dimostra di valere si guadagna il posto. Dovrebbe essere così ma non lo è. Dall’alto della mia posizione sugli spalti, mi accorgo della netta scissione e divisione tra ragazzi titolari e ragazzi non titolari. Hanno sorrisi diversi, comportamenti diversi, stima di se stessi diversa, perché l’allenatore fa l’allenatore e non è preparato per gestire la dinamica squadra. Nemmeno il migliore allenatore lo è. Non esiste una rosa di giocatori “sereni”, perché nessuno sa come gestire le emozioni dei due blocchi. La cosa paradossale è che non si sente nemmeno un pochino la mancanza di una figura che possa gestire questi poveri ragazzi e ragazze. Si esattamente, ho scritto poveri. Perché le dinamiche usate in questo “calcio” rendono deboli e meno forti, e quindi poveri, i pensieri degli atleti posti ai margini della squadra. Certo, verrebbe da dire: ma si gioca in 11 non si può giocare in 25. Chiaro, infatti il problema non è il numero dei giocatori titolari ma la gestione delle emozioni dei 25 atleti. Il giocatore che entra in campo sarà euforico, caricato, quello che siede in panchina lo sarà meno, ma consapevole che potrà entrare, forse, e dimostrare di valere. L’atleta che si siede in tribuna sarà ancora meno euforico, magari, un po’ sconsolato, alcune volte triste. Se queste sono le regole allora dov’è il problema? Il problema sta nel fatto che tutti ignorano i pensieri di chi vive il margine, e non se ne preoccupano, perché danno per scontato che si siano accettate queste regole ormai consolidate. Non ho mai conosciuto direttamente, ne per bocca di altri, un allenatore che parlasse “seriamente” alla rosa con lo scopo di educare. Qualcuno prova ad improvvisare, a “riprendere” qualche atleta prima di perderlo definitivamente, e spesso questi approcci, non professionali e talvolta improvvisati e tardivi, fanno più danni che altro. Dicevo che l’allenatore ha un unico scopo: vincere. Non parlo di squadra, ma di vittoria personale. Lui vuole vincere, poi con lui la squadra, ma solo come conseguenza. Questo è lampante e forse anche giusto. Non è lui che deve svolgere un doppio ruolo. Sarebbe auspicabile che fosse dotato anche di elasticità mentale da educatore sportivo, ma non è questa la dote primaria che viene richiesta a chi deve mettere in campo la formazione migliore. Chi non scende in campo non può essere dimenticato però, perché tutti gli atleti della rosa hanno pari dignità. L’educatore sportivo allora dovrà occuparsi di gestire 25 teste, ognuna con le proprie capacità tecniche, debolezze, ognuna con i propri vissuti, ricordi, errori, gioie……. Occuparsi di chi scende in campo non è meno facile di occuparsi di chi invece si riveste e si siede puntualmente in tribuna, anzi, talvolta frenare l’entusiasmo e riportare “l’Io” del titolare al rispetto degli altri atleti è più difficile che risollevare un compagno di squadra demotivato. Posso testimoniare con fermezza che quasi tutti gli allenatori che ho conosciuto sono convinti di gestire con chiarezza, educazione, professionalità ed empatia questi aspetti così importanti; e più se ne convincono e più lo banalizzano peggiorando la situazione. L’educatore, invece, quello serio e preparato soltanto per questo, ha un suo unico scopo: quello di spiegare in maniera chiara ed empatica la realtà di ciò che avviene in squadra. Sembra paradossale, in un mondo che cattura gli entusiasmi di milioni di persone, che la comunicazione tra la squadra semplicemente non avvenga. Ciò che avviene spesso è che le cose si sanno perché si vengono a sapere all’ultimo momento, oppure si palesano nel momento in cui ci si aspetta altro, non certo di finire ai margini. Nessuno tra lo staff, ormai pieno di figure specializzate addirittura in analisi del match, si sente in dovere di dover spiegare qualcosa a qualcuno. E’ così, le dinamiche che passano in testa all’allenatore sono di sua proprietà, e qualsiasi scelta non va e non può essere spiegata. Inutile parlarne seriamente all’interessato, egli stesso deve capire e maturare sentimenti positivi nei confronti di un trattamento criticabile ed errato. Sappiamo tutti che è opinione comune pensare che questi esempi distorti, che passano per insegnamenti della vita, sono visti come esempio di mascolinità, di carattere forte, di “cazzimm” come direbbero a Napoli. Spesso gli allenatori si mettono in bocca parole non loro, dettano leggi, propongono esempi ed insegnamenti, parlano a ragazzi e ragazze come se fossero semplicemente gambe e piedi e non persone con sentimenti. Credono di fortificarli, di farli maturare nell’incomprensione, nei dubbi, nelle incertezze. Nulla di tutto ciò servirà ai nostri figli per diventare migliori un domani. Non c’è nulla da imparare in tutto ciò. Ecco perché la figura di un educatore non è soltanto importante ma è fondamentale. Ho visto commettere errori macroscopici da parte di persone che con un piccolo gesto avrebbero potuto salvare la carriera di giovani promesse senza, forse, nemmeno rendersene conto. Spesso sono errori commessi in buona fede ma sono talmente macroscopici da far cadere le braccia. Tutti conosciamo il calcio ed i ruoli in mezzo al campo. Parlo di errori anche concettuali, di visione e comprensione del calcio stesso. Ho visto allenatori scendere in campo e fare gruppo in cerchio tutti insieme e parlare abbracciati per motivarsi mentre i portieri da soli, in disparte, a palleggiarsi la palla. Ho visto allenamenti in cui tutta la squadra riunita a centrocampo parlava di come affrontare l’avversario mentre i portieri erano in porta in preparazione dell’allenamento come se praticassero due sport differenti e non giocassero nella stessa formazione. Ho visto allenatori coccolare il bomber o il fenomeno del momento e trascurare lo stopper o il terzino, i cosiddetti gregari. Ho assistito a scene in cui i titolari si preparavano a parte con magliette diverse inneggiati dallo staff al completo, mentre i “panchinari” abbandonati a bordo campo si scambiavamo un pallone pieno di amarezza senza motivazione alcuna. Si lo so, è sempre stato così, d’altro canto gli allenatori sono semplicemente allenatori, non è richiesta nessun tipo di preparazione educativa, a loro è demandata soltanto la conoscenza del gioco del calcio. Queste cose possono accadere, ma non devono diventare regola. Tutto ciò di cui parlo è accaduto ed accade ancora oggi: portieri separati dal resto della squadra, gruppi di titolari e panchinari, chi sorride e chi invece il sorriso lo ha perso. Dagli spalti si vede tutto, probabilmente dal campo nessuno se ne accorge, anche perché una volta persa l’autostima gli atleti agli angoli della squadra si autocensurano, si autolimitano, fino a diventare invisibili per eclissarsi e vivere l’esperienza come umiliante. Gli allenatori e tutto lo staff non devono essere psicologi: loro no. Ho parlato una volta con un preparatore dei portieri che preparava i suoi giovani allievi al rispetto delle regole, così diceva lui, e mi accorsi immediatamente che non erano regole bensì dogmi, parlava di gerarchie, come se il campo di calcio fosse una caserma militare; aveva bisogno di soddisfare il suo essere insicuro e pauroso facendosi “grande” con i piccolini. Non si rendeva di quanto fossero ridicole e banali le parole non sue che si metteva in bocca per apparire ciò che non era. Lo lasciai finire il suo caffè da solo per tornare, non in sua compagnia, sugli spalti. Anche i procuratori, poi, fanno la loro parte: non sono procuratori ma si affannano ad essere padri di famiglia, filosofi, generosi dispensatori di giusti approcci per farsi le ossa: non sanno minimamente come interagire con empatia ed educazione. In nessun ruolo dirigenziale del calcio si fa l’esame di umiltà, non serve, non occorre. Sono fortunato ad aver avuto mia figlia titolare il più delle volte, almeno lei si è risparmiata umiliazioni gratuite, perché, vedete, non è l’essere titolare a fare la differenza, ma la considerazione che si concede anche agli atleti che, in quel momento, sono tecnicamente un passo indietro agli altri. E’ proprio a questi ragazzi e a queste ragazze che l’educatore deve dedicarsi per far capire loro che non è come si pensa, che le dinamiche non si possono spiegare. Tutto si spiega, con calma, dolcezza ed educazione. Se non si è titolari, si impara a lottare e a fare sacrifici, si può imparare a lottare e a dare tutto se stesso, e se non si arriva che in tribuna, beh, con la giusta spiegazione ci si arriva da protagonisti, inseriti nel contesto dinamico della squadra, coinvolti nell’esultanza di chi scende in campo, con la consapevolezza di far parte di un gruppo vero. Purtroppo ciò non accade, per ignoranza, per una lacuna ancestrale che spero venga presto colmata. Al panchinaro non si fanno i complimenti, perché, in fondo, non li merita, lui non gioca quindi non contribuisce alla vittoria; e non c’è bisogno che qualcuno possa spiegargli che al momento le cose sono così, che in fondo conta l’impegno e che non tutti necessariamente devono e possono essere i primi della classe. Un panchinaro può essere un domani bravo padre, un buon marito, non un giocatore di calcio professionista, ma per diventarlo deve avere esempi da seguire non ricordi da dimenticare. A prescindere da ciò nessuno merita di essere invisibile, nessuno merita una non spiegazione, perché, caro allenatore, se sai già che il panchinaro il prossimo anno non tornerà più in campo per scaldare la tribuna o la panchina, almeno non umiliarlo, ma dedica a lui o a lei la stessa considerazione che concederesti a te, seduto in tribuna, a guardare un allenatore più bravo di te: che ne so, una pacca, una battuta, un abbraccio, due parole per rispettare l’uomo o la donna che c’è dentro le gambe che puntualmente fai sedere sugli spalti freddi. Perché spiegare ad un allenatore che anche i panchinari hanno un cervello pensante ed emozioni vere non ci vuole poi tanto. Serve però un educatore, un professionista vero, preparato, leale!

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