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Zaire ’74: cronaca di un mondiale giocato fuori dal campo

Lo Zaire si presenta nel 1974 come prima nazionale dell’Africa sub-sahariana ai Mondiali di Calcio.

La competizione si svolge in Germania dell’Ovest e lo Zaire è incluso in un girone di ferro col Brasile campione in carica, la Jugoslavia e la Scozia.

Ma non saranno di certo le prestazioni sportive a lasciare la nazionale Africana nella storia.

Il tabellino infatti alla fine riporterà 0 punti, 0 goal fatti e ben 14 subiti. Ma c’è di più, c’è un episodio che segnerà per sempre la storia sportiva dello Zaire.

L’antefatto

La situazione politica e sociale dello stato africano all’epoca dei fatti si presenta piuttosto movimentata.

Nel 1965 il capo dell’esercito locale, Mobutu diviene, per mezzo di un colpo di stato, Presidente della Repubblica Democratica del Congo, instaurando un governo autoritario.

Nel 1970 lo stato entra in un vero e proprio regime dittatoriale, tanto da cambiare nome in Zaire, che sarà poi mantenuto fino alla caduta del governo autoritario.

Per Mobutu lo sport, e in particolare il calcio, aveva la capacita di costruire e accrescere il suo consenso.

Decide così di riportare in patria i migliori giocatori della nazione per farli militare nelle squadre del campionato locale.

Dal punto di vista sportivo è indubbiamente una scelta azzeccata, che porterà a due successi immediati in Coppa d’Africa, nel 1968 e nel 1974.

I mondiali

Ci si avvicina alla rassegna iridata del 1974, con Mubutu entusiasta dei suoi giocatori, tanto da regalare a ognuno di loro un’automobile e una casa, e promettendo altri ricchi premi al ritorno in patria.

La prima gara a dir la verità non va neanche così male, i “Leopardi”, questo il soprannome della nazionale voluto dal suo presidente, alla prima gara dimostrano un buon gioco ma vengono sconfitti 2-0 dalla Scozia.

La seconda apparizione è un autentico disastro, la compagine africana soccombe sotto 9 reti della Iugoslavia, col portiere dello Zaire Kazadi, uno dei volti più noti, sostituito nel corso del primo tempo dal malcapitato Tubilandu, 170 cm in punta di piedi.

Si arriva così al match col Brasile, con i verdeoro che necessitano di un 3-0 per qualificarsi alla fase successiva. Ed è proprio sul 3-0 che avviene la punizione incriminata.

Il calcio di punizione passato alla storia

L’arbitro ammonisce Mwepu, dopo aver scalciato il pallone

Ma cosa ha portato una nazionale tutto sommato discreta, vincitrice in carica della Coppa d’Africa, a passare da un combattuto 2-0 ad un perentorio 9-0?

E come si spiega quell’atto così incomprensibile quale la punizione “scacciata” da Mwepu?

La risposta, ancora una volta, risiede nella arroganza del dittatore Mobutu, che non accetta la sconfitta con la Scozia e manda dei propri emissari nello spogliatoio della squadra ad informarli che, al rientro in patria, non li avrebbero aspettati cospicui premi.

Il 9-0 è quindi una naturale rivolta, una sorta di sciopero in cui i giocatori si presentano in campo solo “di figura”, costretti dal regime.

Il peggio però arriva solo in quel momento. La voce del regime ritorna forte all’interno dello spogliatoio, e più minacciante che mai.

Se avessero perso con risultato superiore al 3-0 contro il Brasile, non sarebbero mai più tornati in patria, o per lo meno non lo avrebbero fatto sulle proprie gambe.

Ecco perché quella punizione di Rivelino, giocatore dal sinistro leggendario, in quel frangente sembrava più una condanna a morte che non un banale calcio di punizione.

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