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Il calcio giovanile post Coronavirus

In queste lunghe settimane di “pausa forzata” delle attività sportive mi è capitato di sentirne di ogni. Proposte per la ripresa dei campionati professionistici, proposte per terminare gli stessi campionati, idee sulla ripartenza dei dilettanti, del calcio giovanile e delle scuole calcio, la bontà delle certificazioni di Scuola Calcio Elite.

Premetto che ciascuna idea e relativa proposta debba godere di una propria dignità, anche se spesso chi la espone non ha la minima conoscenza di quanto vi sia “dietro” le ragione di una decisione presa, ma che invece sembra al contrario avere ben chiaro il proprio tornaconto personale.

Al termine dell’articolo, commenta qui o sul post pubblicato sui social scrivendo “il calcio è di tutti“. Facciamo sentire a tutti la nostra voce.

#Il calcio è di tutti

E’ sicuramente dei professionisti per cui tale attività è la loro occupazione e fonte di reddito prevalente (e cospicua).
Appartiene ai dilettanti, che dovrebbero farlo per diletto, ma che in realtà spesso camuffano il proprio rimborso spese fino a farlo diventare una succulenta remunerazione.

E’ – nel modo più religioso e sacro possibile – dei tifosi che spendono tempo e denaro per seguire le proprie squadre del cuori o i propri campioni.

Il calcio però appartiene – nella sua forma più sublime – ai giovani calciatori, agli allenatori, agli istruttori, ai formatori.
In modo particolare il calcio è di tutte quelle persone che dedicano la propria vita a coltivare sogni e speranze. Addetti ai lavori che permettono ai piccoli calciatori in erba di sognare di diventare come i loro idoli. E lo fanno mettendo in campo sacrifici (tempo e danari), competenza, responsabilità, fair play e soprattutto passione.

Il calcio non è – e non potrà mai esserlo – di chi specula sulla vita degli altri. E per altri intendo famiglie di ragazzi che si fanno in quattro per permettere a giovani appassionati di rincorrere una passione fatta a forma di palla di cuoio.

Il “#calcio è di tutti“. Se sei d’accordo con noi, ricordati di commentare in fondo all’articolo semplicemente scrivendo la frase.

Calcio Giovanile: smettiamo di pensare al nostro “orticello”

Tornando alle proposte di inizio paragrafo, tutte hanno dignità di espressione. Eccetto una.
Ed è proprio una di quelle che tende a mettere i propri interessi di vittoria davanti a tutto per cancellare una vita di frustrazioni sportive.
E’ una proposta che – come spesso avviene – pesca soluzioni obsolete nel passato, dando loro una veste “di finto perbenismo” e giustificandole come “le sole meritocratiche“.

Questa proposta – da qui in avanti “fesseria” – vorrebbe portarci indietro di anni, vorrebbe ritornare a un passato in cui il nostro calcio non era in grado di coltivare talenti. Ricordo bene quel periodo.
L’ho vissuto sulla mia pelle e oggi – con l’aiuto di tutti – possiamo dire di averlo superato e di aver finalmente ricreato quella voglia e quella capacità di sostenere le capacità dei nostri giovani calciatori e di formarli.

Tutto ciò grazie alla passione di tutti gli addetti ai lavori, tutte quelle persone che si occupano di formazione in scuola calcio e settore giovanile. Non solo. Grazie alla licenza Scuola Calcio Elite, che mette in primo piano la solidità della struttura di una società sportiva, l’impiego di personale preparato, la formazione e la creazione e cure di una “filiera“.

La riforma dei campionati giovanili è uno degli elementi che più ha spostato l’attenzione dalla singola squadra, alla complessità della società stessa. Certamente in Piemonte è avvenuto così: come avviene anche in molte altre regioni d’Italia.

Calcio giovanile e la struttura dei campionati di categoria

esordienti fair play elite

Anche in Piemonte i campionati giovanili sono suddivisi in livelli diversi. Dai giovanissimi alla Juniores è possibile partecipare a una competizione “provinciale” o oppure a una “regionale“.

L’entrata in vigore della licenza di Scuola Calcio Elite ha permesso di riorganizzare i suddetti campionati secondo regole nuove, ma che in realtà era giù utilizzate nel periodo in cui il nostro movimento – guarda che coincidenza – era una fucina attiva e altamente produttiva di talenti e campioni.

Le attuali norme prevedono che le “sorti sportive” di una categoria siano determinate dai risultati della categoria che la precede. Se quest’ultima milita in un livello regionale, la stessa sorte toccherà alla categoria che la segue, sempre se verrà conservato il diritto alla partecipazione (evitare una retrocessione). Allo stesso modo, la categoria che segue potrà disputare un campionato regionale se la prima vincerà il campionato del livello provinciale. E così via.

Cosa implica tutto questo?

Scuola Calcio Elite: il valore della filiera

scuola di perfezionamento

Questo significa chiaramente che le società che vogliono competere ai massimi livelli dilettantistici giovanili non possono più sperare di avere un’annata particolarmente abile o un “allenatore abile” (e in questo secondo caso è pura ironia) a contattare giocatori a destra e a manca per utilizzarli come merce di scambio per determinare il proprio compenso in una società che abbia voglia di provare a vincere qualcosa.

In questa nefasta accezione, a una società qualsiasi basterebbe ingaggiare calciatori e allenatore per una stagione in quanto avrebbe una possibilità di accesso ai campionati regionali grazie allo svolgimento di giorni di qualificazione che determineranno le diverse strutture dei due livelli (provinciale e regionale).

Abbiamo tutti ben chiaro che cosa succedeva in passato, quando i campionati regionali erano frutto di giorni di qualificazione. Quanta poca competitività e quanta poca “formazione” si vedeva nei campi. L’importante era vincere sempre, comunque, a ogni costo.

E indagando sulle motivazioni che spingono a questo nefasto cambiamento, i promotori di questa pseudo riforma diranno che “è più meritocratica perché permette a quegli stessi giocatori che avrebbero meritato un accesso ai campionati regionali (cosa tra l’altro vera), di disputare direttamente tale competizione”.

Il calcio giovanile è agonismo, prima di tutto. Ma è anche formazione, conoscenza, contenuti.
Il compito delle società dilettantistiche iscritte a campionati giovanili è quello di creare calciatori. Calciatori pensanti, o addirittura sceglienti. E poi anche di vincere.

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Vincere si, ma dopo aver formato

E per formare dei calciatori non può essere necessario un anno fatto bene, magari con un allenatore preparato costato alla società fior fior di rimborso spese.

La scommessa della Federazione Italiana Gioco Calcio – e manifestata con la creazione delle licenze Scuola Calcio Elite – è quella di consegnare titoli regionali o nazionali alle società sportive che avranno cura di garantire un percorso formativo continuo, duratoro e completo per tutti gli anni della formazione.

Questo porterà – a medio termine – alla vittoria di titoli e premi.
A lungo termine vedrà la nascita di nuovi calciatori intelligenti.

Il “#calcio è di tutti“: soprattutto quello giovanile. Se sei d’accordo con noi, ricordati di commentare in fondo all’articolo semplicemente scrivendo la frase.

Sai qual è la vera ingiustizia?

autoarbitraggio

E’ un’ingiustizia che una squadra che ha vinto un campionato provinciale nella stagione in corso non possa disputare la variante regionale in quella successiva?

La vera ingiustizia è che una società non in grado di garantire una formazione adatta per essere sempre presente nei campionati regionali con tutte le squadre, voglia avere lo stesso diritto di tutte quelle numerose società che investono in formazione, organizzazione, etica, ecc.

Ogni riforma, ogni idea è sostenibile e perseguibile in base a quanto si allontani dai propri interessi personali e orticelli (il presidente che vuole vincere un titolo, l’allenatore che vince, i giocatori forti) per abbracciare la totalità delle parti coinvolte nel processo di crescita.

Non è più possibile – nel calcio giovanile – sentire parlare di vittoria individuale (di nuovo: del presidente, dell’allenatore, della singola squadra).

Facciamo calcio.
Il “noi” deve essere messo davanti all ‘”io“, anche se spesso è scomodo.
Vinciamo tutti insieme, come sta avvenendo in questo periodo di CoVid-19.

Se pensi che il calcio debba essere di tutti quelli che lo amano, commenta scrivendo “#calcio è di tutti“. E’ arrivato il momento di prendere una posizione.

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9 Responses
  1. PAOLO MASSIMILIANO DIOTTI

    Vi porgo una domanda, è giusto ogni 2 anni ruotare i mister di una società calcistica? Se in una società dilettantistica non esiste una filosofia o una linea guida, se i mister hanno ognuno un loro metodo e la maggior parte di loro guarda principalmente al risultato, senza badare ai margini di crescita del singolo ragazzo perchè richiede troppo tempo. Non si rischia cambiando la guida tecnica di distruggere il lavoro di chi invece ha impostato fin dagli inizi un lavoro improntato alla crescita dei giovani calciatori tralasciando i risultati?

  2. Luca Filograno

    Ciao Paolo,
    comincio con il ringraziarti per l’interesse dimostrato nei confronti dei nostri contenuti.
    Colgo l’occasione nell’invitarti a iscriverti alla nostra mailing list (GRATIS), se ancora non l’hai fatto. In questo modo riceverai i nostri contenuti non appena li pubblichiamo.
    La tua domanda è legittima e offre numerosi spunti di riflessione.
    Ti rispondo con una domanda, che ha le tinte di una “mezza provocazione”: è giusto che in una Scuola di Calcio non ci siano delle linee guida, dei programmi formativi? Una Scuola – per definirsi tale – deve essere strutturata, organizzata. Deve garantire un’offerta formativa che permetta di raggiungere gli obiettivi prefissati.
    Già, però: quali obiettivi?
    La scuola calcio deve far uscire dei ragazzi con dei contenuti. Il Settore Giovanile – così come è strutturato adesso – è agonismo e non diletto.
    Una squadra di Settore Giovanile deve “vincere”, ma deve farlo attraverso la formazione. E per formare è nuovamente necessario avere obiettivi, pianificazione, ecc ecc.
    Un saluto.

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