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Coronavirus nel calcio: piccoli accorgimenti

Il nostro blog si occupa da sempre di formazione sportiva rivolta a giovani calciatori di Scuola Calcio e di Settore Giovanile. Questa più o meno pericolosa diffusione del CoViD-19 sta monopolizzando l’informazione mediatica e cambiando le abitudini di vita degli Italiani.
Per questo motivo – in un modo che troverai originale – oggi anche io ho deciso di raccontare del coronavirus nel calcio.

Non sono un medico: sono laureato in Psicologia ed è proprio il risvolto sociale relativo alla diffusione del virus che mi interessa molto.

In un’epoca in cui la tecnologia ci ha trasformato sempre più “in animali sociali isolati”, ora questa quarantena forzata comincia a starci un po’ stretto. In un mondo in cui la principale minaccia pensavamo fosse racchiusa in un “malware” (un software dannoso), ci siamo riscoperti vivi, deboli ed esposti a un pericolo “analogico”, che fluttua nell’aria e che può scorrere sotto pelle.

Al destino non manca mai il senso dell’ironia, ma questa volta – a parer mio – si è davvero superato.
Condividi con me la tua attenzione per tre minuti, mettiti comodo (o comoda) e continua a leggere.

Coronavirus nel calcio: cos’è il CoVid-19

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Come dichiarato nell’introduzione, sono davvero la persona meno simile a un medico che ci possa essere. Non è raro che riesca a comprendere ciò che avviene nella altrui mente umana (nella mia faccio tuttora molta fatica). Resto invece grandemente all’oscuro riguardo a tutto ciò che accade di natura chimica e biologica nell’organismo.

Lo sport mi ha insegnato a distinguere una “lesione” muscolare da una “contrattura”. La mia spiccata attitudine all’ipocondria mi fa inseguire improbabili cyber diagnosi, che – tutte le volte – rappresentano inesorabilmente mali incurabili.

Ipocondriaco si, ma non questa volta.
Non in questo particolare momento storico e soprattutto non in questa circostanza. Ho deciso di superare i miei limiti per darmi la possibilità di avere “mano ferma e mente lucida” per valutare al meglio questa situazione globale e non lasciarmi (anzi, lasciarci) scappare questa occasione.

Occasione. Si: hai letto bene.

Malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2

Gli esperti la chiamano anche malattia da coronavirus 2019. Essi – laddove per essi si intende una ricerca sui principali siti di medicina e/o Ministero della Salute – ritengono che la prima diffusione del virus sia stata zoonotica (trasmessa dagli animali).
Mentre da Febbraio 2020 è stato dimostrato che la trasmissione preponderante sia quella da uomo a uomo.

Il periodo di incubazione dovrebbe essere compreso tra 2/14 giorni. Per limitarne la trasmissione devono essere prese precauzioni quali: adottare una buona igiene personale, lavarsi spesso le mani, starnutire e/o tossire nell’incavo del gomito e utilizzare una mascherina con filtro.

Soffermati un attimo sulle precauzioni da attuare; anzi: rileggile qualche istante, perché tra pochi paragrafi avranno grande importanza.

Il tasso di mortalità stabilito dall’OMS nel Gennaio 2020 si attestava intorno al 3%. Uno studio effettuato su 55 casi mortali ha rilevato che le prime stime sulla mortalità potrebbero essere troppo elevate poiché non sono state prese in considerazione le infezioni asintomatiche stimando, dunque, un rapporto medio di mortalità per infezione (la mortalità tra gli infetti) pari a circa 0,8% includendo i portatori asintomatici.

L’influenza stagionale ha un tasso di mortalità che si attesta intorno al 0,3%.

I sintomi vengono descritti unanimemente come simil-influenzali. Ciò significa che senza una diagnosi medica (tampone) è pressoché impossibile effettuare una diagnosi differenziale, stabilire cioè se si tratti della malattia in oggetto o di una “banale” influenza.

Già. Influenza.

I Latini direbbero nomen omen: il nome è un presagio.
Il nome di questa infezione deriva dalla vecchia concezione astrologica e della dottrina miasmatico-umorale di questa malattia, che affermava che la malattia fosse causata dall’influenza degli astri.

Insomma: gli astri con la loro influenza causavano le malattie. Oppure erano le esalazioni putrescenti di certi ambienti (miasmi) che, incontrandosi con gli umori degli individui (stati fisici-emotivi interni) avrebbero dato origine al male.

Tutto questo nel 15° Secolo circa.
La parola “influenza” venne introdotta all’inizio del Quattrocento in Italia per descrivere un’epidemia causata dall’influenza degli astri; lo stesso termine venne accolto nella lingua inglese nel Settecento.

Gli astri influivano sulla vita della povera gente che, ammalandosi in modo sempre più numeroso, non era infrequente che desse vita a vere proprie scene di panico e delirio. Già, d’altro canto era il millequattrocento.

Quando non si mettevano di mezzo gli astri, ci pensava la peste.

Il Coronavirus nella Storia

La peste bubbonica arrivò alla fine del 1347 in Europa, proveniente (guarda un po’ la coincidenza) dall’Oriente, abbattendosi su di un tessuto sociale già di per sé provato dalla povertà, dalle carestie e dalla stagnazione demografica (poche nascite).

Il 1348 fu un anno terribile e spartiacque per Petrarca: l’epidemia sottrasse al poeta il figlio Giovanni e un grande numero di amici. I lutti lo toccarono in modo immutevole e profondo, tanto da contribuire a modificare i suoi scritti nella forma e nei contenuti.

Il poeta rispose alla sofferenza, alla malattia e alla morte rivoluzionando tutta la sua produzione letteraria, prima a tratti così tanto pomposa e celebrativa. Il dolore risvegliò in lui il bisogno di umanità, di relazioni e di sostegno sociale.

La sventura dell’epoca – come poche altre nella Storia – lo aiutò a rimodellare la propria scala di valori in cui l’altro, l’emozione, l’etica e la morale occupavano le posizioni più alte.
La peste insegnò al poeta il modo per vivere insieme all’altro secondo le sue necessità e bisogni, piuttosto che semplicemente convivere temendolo.

Lo stesso valse per “la seconda corona della letteratura italiana” e amico del Petrarca. La peste bubbonica strappò a Giovanni Boccaccio sia il padre che molti amici.
Proprio in quel periodo il poeta di Certaldo gettò le basi per la produzione del Decameron (una raccolta di novelle che inneggiano alla vita) e alla nascita di una nuova corrente (l’Umanesimo), in cui l’uomo stesso era al centro del mondo.

Il Coronavirus oggi

La storia di Boccaccio e di Petrarca è quanto mai attuale. E soprattutto “sociale”. Fortunatamente noi oggi non siamo nella situazione di drammatico pericolo di doverci confrontare con un virus della portata di quello del 1300.

Tantomeno stiamo vivendo un momento storico lontanamente paragonabile a quello citato dal Manzoni nei Promessi Sposi (La Peste di Milano del ‘600) e ripreso in modo squisito dal preside del liceo Volta di Milano. In questa seconda situazione, il poeta milanese descrive l’isteria del governo a non riconoscere la peste (inizialmente), per poi cercare di trovare un capro espiatorio (gli untori) e in tutto questo mettendo in atto poche azioni, ma molte parole.

“In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo.

Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome.

Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

Non è, credo, necessario d’esser molto versato nella storia dell’idee e delle parole, per vedere che molte hanno fatto un simil corso. Per grazia del cielo, che non sono molte quelle d’una tal sorte, e d’una tale importanza, e che conquistino la loro evidenza a un tal prezzo, e alle quali si possano attaccare accessòri d’un tal genere.

Si potrebbe però, tanto nelle cose piccole, come nelle grandi, evitare, in gran parte, quel corso così lungo e così storto, prendendo il metodo proposto da tanto tempo, d’osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare.

Ma parlare, questa cosa così sola, è talmente piú facile di tutte quell’altre insieme, che anche noi, dico noi uomini in generale, siamo un po’ da compatire”.

[I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni]

Anche qui il Manzoni – in accordo con Petrarca e Boccaccio – fa appello alla delicatezza e all’umanità.

La malattia avrà davvero vinto non se raggiungerà più persone di quanto inizialmente previsto, ma se oltre a toglierci la salute sarà in grado di sottrarci la libertà, l’umanità, il senno.

Il Coronavirus non è peste

Assolutamente.
Ma non è nemmeno un interlocutore da sottovalutare. E’ un virus e come tale è portatore di una malattia che ha il grosso problema di diffondersi in fretta e di essere davvero molto pericolosa per determinate categorie di persone: anziani e malati.

E proprio in mezzo alla dicotomia isterica (pensare che sia la malattia più grave del mondo oppure minimizzarla) di questi giorni che dobbiamo tutti ritrovare quella delicatezza riscoperta e manifestata 4 e 7 secoli fa.

L’empatia, la disponibilità e la sensibilità – per una volta – di metter l’altro al centro del progetto. Di anteporre il noi, al sempre e assoluto io. Di accantonare per un istante il bisogno schizoide di “schierarsi” (il virus non fa paura/il virus uccide) e mettere in atto delle semplici accortezze che vedono il nostro vicino, il nostro amico, come primo beneficiario di una lunga lista.

Empatia e sensibilità

Ora salto indietro al primo paragrafo.
Gli accorgimenti per non diffondere il virus sono le essenziali delicatezze del viver sociale.

Curo la mia igiene personale e mi lavo di frequente le mani per diminuire la probabilità di veicolare la malattia, tossisco nel gomito per lo stesso motivo, utilizzo la mascherina se ho sintomi compatibili.

Questo virus è potenzialmente letale per gli over 70, come dimostrato dai decessi. Evitare che questo si propaghi per tutto il territorio non è soltanto un “dovere civico”, ma è esplicitazione dell’esistenza civile.
Esso diventa ancora più importante quando le procedure messe in atto dalle autorità competenti si dimostrino tardive, incomplete, inadatte.

Chiudere le scuole (o le scuole di calcio) resta un rimedio istituzionale fatto per autotutela. Per la serie: “se il virus si diffonde, noi abbiamo fatto tutto il possibile; se poi i ragazzi si vedono lo stesso ai giardinetti non è un problema che ci riguarda“.

Le persone vanno informate e incentivate al sostegno reciproco. Altrimenti ciò che ci rimane è la sopravvivenza del più forte, il “prima io e poi forse gli altri”, la corsa a svuotare gli scaffali, l’indifferenza.

La campagna diffamatoria mediatica non aiuta. Il vero problema è che è più forte delle comunicazioni ufficiali governative, se e quando ci siano. Il problema non va né sottovalutato, né sopravvalutato: va semplicemente affrontato.

Il coronavirus e l’ironia della Commedia

Dopo aver citato “due delle tre corone della Letteratura Italiana”, ecco il Sommo Poeta: Dante Alighieri e la sua Divina Commedia. Il virus-star-2020 vola attraverso i secoli (e l’aria), uscendo dalle pagine del saggio per arrivare fino ai giorni nostri, nel nostro Belpaese.

Come saprai – e se non lo sai te lo dico io – il capolavoro di Dante si suddivide in 3 capitoli, corrispondenti ognuno a un regno ultraterreno: l’Inferno, il Paradiso, il Purgatorio.

Uno degli elementi caratteristici – e geniali – presenti nell’Inferno dantesco è la legge del contrappasso: la pena che il dannato deve subire in eterno è in relazione al peccato che in vita ha commesso. Sei stato goloso? Mangerai cibi putrescenti in eterno. Le pene vanno da punizioni semplici e dirette come quella appena descritta a elaborazioni molto più cerebrali e complesse.

Discriminare, stigmatizzare, relegare il diverso. Forse peccare di superbia. L’aspra ironia di questo virus oggi ci costringe a essere empatici, a metterci nei panni dell’altro:

  • Il viaggiatore cinese era stato indicato come il potenziale “untore”? Ecco che il paziente zero sembra essere un imprenditore italianissimo.
  • Si aveva il timore che il contagio potesse arrivare dall’Africa?
    Voilà: 40 turisti italiani atterrati in Africa non vengono nemmeno sbarcati e rispediti al mittente per paura del contagio.
  • Discriminazioni territoriali sul colera e sui Napoletani?
    Adesso il Sud discrimina il Nord per via del potenziale contagio.

Anche in questa circostanza – così come quella relativa alla valutazione del pericolo – il virus può insegnarci a rimettere al centro l’individuo, soprattutto in presenza di difficoltà.

Tenendo sempre ben a monito che domani – al suo posto – potrei esserci io.

Coronavirus nel calcio

La situazione del coronavirus nel calcio ricalca fedelmente quello che avviene nel resto del paese, con isterie dominanti, rimedi del tutto o niente e comunicati ufficiali che appaiono decisamente più rivolti a una autotutela dell’Ente che atti a fronteggiare in modo coerente il problema.

Eventi sospesi nelle regioni coinvolte dall’infezione.
Allenamenti sospesi nelle medesime regioni. Anzi, no: allenamenti consentiti, ma è possibile soltanto l’utilizzo del campo da gioco e non dei locali spogliatoi.

Quindi i ragazzi possono raggiungere le strutture con i mezzi pubblici, possono allenarsi e sudare e poi ritornare a casa a farsi la doccia, magari dopo un’attesa di tempo variabile, magari al freddo.

Forse – in un’ottica in cui tutelare davvero le categorie più sensibili al virus – sarebbe meglio obbligare la sanificazione delle attrezzature delle palestre e dei campi da gioco, al cui interno sia possibile accedere soltanto con una mascherina filtrata e dopo aver svolto le pratiche di igiene consigliate nel decalogo sul Coronavirus nel calcio.

Tenendo sempre ben a mente che la psicosi non aiuta, così come non aiuta sottovalutare il pericolo di questo momento.
Tutte le nostre azioni devono avere come fine ultimo quello di evitare una diffusione incontrollata della malattia e non semplicemente tutelare sé stessi creando il panico o non curandosi di ciò che sta capitando.

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