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Passare il pallone: la distruzione del talento

Nuovo articolo della collana “falsi miti”.
Passare il pallone, un gesto tecnico troppo spesso richiesto – quando non preteso – fin dalle prime categorie di scuola calcio.

Dove sono i giocatori di talento? Quei calciatori funambolici in grado di superare in dribbling 2/3/4 avversari?
Che fine hanno fatto gli incredibili fuoriclasse in grado di creare la superiorità numerica ed entusiasmare le folle?

Proviamo a scoprire insieme la situazione del calcio nostrano e del prodotto “made in Italy”.

Superare l’avversario o passare il pallone

passare il pallone

Passare il pallone o tentare di superare l’avversario sfidandolo in 1v1 sono due modi diversi di risolvere una situazione problematica.
La scelta di quale delle due vie percorrere è una prerogativa esclusiva del piccolo calciatore in possesso della palla.

Soprattutto nelle primissime categorie, ciascun bimbo è portato a rincorrere, prendere e tenere per sé il pallone.
In quel periodo è molto frequente osservare nugoli di bambini contendersi il pallone in modo molto serrato e intenso.

In alcuni casi la partita sembra diventare un gioco “tutti contro tutti“.

Il portatore di palla si trova spesso a superare in dribbling più avversari contemporaneamente; a volte anche i propri compagni di squadra. L’estetica del gioco, se osservata con occhio adulto e valutata con parametri più affini al calcio dei grandi, viene meno.

La competizione tra 2 squadre di settore giovanile trova la propria sublimazione nell’organizzazione maniacale dei movimenti dei giocatori, nell’occupazione funzionale degli spazi e nella trasmissione del pallone.
Le azioni organizzate, corali e complesse fanno godere gli esperti di calcio e sostenitori più o meno dichiarati del “tiki taka“.

I movimenti preordinati e preorganizzati del giocatori della squadra in possesso del pallone rendono – o dovrebbero farlo – più fluida ed efficace la manovra offensiva.
Le coperture preventive, l’aumento della densità sotto la linea della palla garantiscono – a volte – maggiore copertura e al contempo frenano l’iniziativa di 1v1 avversaria.

Il ruolo del coach

passare il pallone

Il compito del coach in età evolutiva è formare calciatori pensanti, aventi di piena libertà di scelta.
Egli deve essere in grado di eseguire correttamente uno o più gesti tecnici – azioni tecnico/motorie che gli permettano di agire sul contesto di gioco – ciascuno di essi frutto di processi cognitivi superiori.

In breve, nella mente del bambino deve materializzarsi questa convinzione: “sono in grado di passare il pallone, ma sono anche capace di superare uno o più avversari in dribbling.
La scelta della soluzione spetta soltanto a me; il coach valuterà il mio operato e mi aiuterà a sviluppare un senso critico fornendomi le chiavi di lettura più adatte”.

Se noi coach non siamo un valore aggiunto, cerchiamo almeno di non castrare iniziative e qualità già presenti nel nostro giovane tesserato.
Non è sempre vero che passare il pallone sia la cosa migliore da fare. O almeno non per il piccolo sportivo.

D’altro canto: “che allenatore è quello li; non è neanche in grado di insegnare a passarsi il pallone”.

Non passare il pallone – vantaggi tecnici

passare il pallone

Il giovane calciatore che decide di tenere il pallone tutto per sé ottiene benefici evidenti, specie nelle prime categorie.

  1. Aumenta esponenzialmente il tempo di contatto con il pallone e questo gli permette di migliorare il suo rapporto con l’attrezzo (Ball Mastery).
  2. Si abitua a giocare in regime di alta intensità in quanto è attorniato continuamente da avversari pronti a sottrargli il pallone.
  3. Allena in continuazione la sua abilità di dribbling, contrasto, difesa della palla.
  4. Stimola le sue capacità cognitivo percettive; il suo cervello è costantemente focalizzato su più compiti (gestire il pallone, affrontare l’avversario, muoversi correttamente nello spazio, ecc).

Come anticipato poco sopra, avere nella propria squadra 10 bimbi “dribblomani” compromette irreparabilmente l’estetica di un confronto sportivo.
Però incentivare il mantenimento del possesso individuale del pallone getta le basi per lo sviluppo di calciatori intelligenti, pronti, determinati, sicuri e tecnicamente dotati.

“Se non imparano a passarla da piccoli, poi non la passano più”.
Se questo è il pensiero che ti frulla per la testa, sei completamente fuori strada.
E’ molto più semplice fare un “passo indietro” e giocare a due tocchi che il percorso inverso.

Non passare il pallone – vantaggi psicologici

passare il pallone

Tenere costantemente il pallone tra i propri piedi non è soltanto dimostrazione di doti tecniche fuori dal comune.
Tale comportamento ha anche risvolti psicologici molto rilevanti.

Ha a che fare con il coraggio. Il giocatore che porta il pallone non teme di perderlo, o perlomeno accetta il rischio di perdere il pallone per il puro piacere di possederlo.

Ha a che fare con la paura dell’errore e del fallimento. Il piccolo calciatore è sicuro di sé, non teme di sbagliare e si assume le responsabilità. Egli ha fiducia in sé stesso ed è convinto di poter essere decisivo e determinante.

Sono solo alcune componenti, sia chiaro.
Passare il pallone” non può essere un’imposizione.

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19 Responses
  1. Luca Cannoni

    Buonasera Luca, È musica per le mie orecchie.. E spero lo sia/lo sarà, per la maggior parte degli addetti ai lavori.. quantomeno chi è a stretto contatto con i nostri più piccoli atleti, futuri giovani di talento, aspiranti calciatori… Poiché è necessario se si vuol provare a gettare le basi per un cambio epocale di questo fantastico Sport qual’è il calcio… O quantomeno non si castrino sul nascere potenziali futuri atleti in grado di superare linee avversarie intere risolvendo l’amato 1vs1… Andrei avanti per ore ed ore… Poiché Amo questo argomento grazie a chi da piccolo mi ha dato modo di sperimentare, sbagliare ecc, concludo ringraziando questo “tempo e spazio” a disposizione di chi ha la passione dentro.., poiché ora che sono adulto ed ho le capacità cognitive, valuto e comprendo quanto sia importante. Grazie. Luca Cannoni. Istruttore Uefa B. Collaboratore Settore giovanile e scolastico di Perugia e Centro Tecnico Federale Solomeo di Perugia. Responsabile U14 “Team Italia” al “Torneig Internazionale” di Barcellona, organizzato da “FCBEscola” per tutte le FCBEscola del Mondo. Responsabile U14 presso la Società Angelana 1930, Località Assisi-PG-.

      1. Luca Filograno

        Sono d’accordo con Luciano! 🙂
        Grande Luca.
        Testa bassa e andiamo avanti.
        Quando mi capita di passare da quelle parti ti vengo a trovare!

  2. Antonio

    Questi articolo scritto com’è pare demonizzare il passaggio o i due tocchi ed elevare la padronanza del pallone esibendosi in dribbling. Credo sia utile e necessaria l’applicazione e la pratica di ambedue le situazioni, in quanto considero il gioco calcio sport di gruppo, dove il coinvolgimento dei meno dotati del dribbling debbano essere aiutati ricevendo palla in situazioni tecniche e tattiche adeguate alla loro età. Esistono d’altronde esercizi d’allenamento atti a sviluppare l’ 1vs1 che ovviamente va poi applicato in modo istintivo in partita. Sn padre di tre figli di 9-9- 11 anni che praticano a livelli differenti questo sport. Ma personalmente provo parimenti grande soddisfazione quando uno dei miei figli salta l’avversario per finalizzare…o quando alza la testolina e fa un bel taglio o un’apertura per assistere un suo compagno. Cari saluti

    1. Luca Filograno

      Ciao Antonio,
      grazie per l’attenzione e per il contributo che hai voluto lasciare qui a tutti noi.
      L’intento di questa nostro contributo è di stimolare il senso critico di tutti i nostri amici, siano essi coach, formatori, addetti ai lavori o semplici appassionati.
      L’1v1 è soltanto un modo di affrontare una soluzione problematica che, così come le altre scelte, porta con sé particolari implicazioni tecniche e psicologiche.
      Il fulcro di ciascuna proposta – o meglio, di ogni singolo momento dell’esercitazione – deve essere incentrato su PAD: Percepisco – Analizzo – Decido (ed Eseguo).
      Processo decisionale che deve appartenere al nostro giovane atleta e non ad altri, come purtroppo spesso succede.

    2. Francesco

      Concordo pienamente con il Signor Antonio. Quando si ha unotizia gruppo di giocatori di valore tecnico “MISTO” a mio avviso è giusto che il ragazzo bravo sul 1c 1
      deve essere bravo anche a coinvolgere il suo compagno meno tecnico. Altrimenti Dove è il gioco di squadra?
      Lo dice anche il Regolamento FIGC.

    3. Ramon Stefanato

      Quoto Antonio.Questo articolo porta un po’ fuori strada, io “alleno” i Primi Calci e alleno gli allievi della stessa società, tralasciando per ovvi motivi gli Allievi, vi posso assicurare che nei miei 18 Primi Calci(09/10) non ce ne sta uno che sia in grado di saltare l’uomo, su 18 forse 3/4 continueranno a giocare a calcio. Ben vengano i Messi e i Maradona per chi ha la fortuna di averli, ma avere in squadra 14-15 Gattuso che pensano di essere Dybala(grazie genitori), non fa bene ai bambini stessi, quindi va bene allenare 1vs1 , ma va bene ricordare loro che il calcio é un gioco di squadra, e cercare i compagni non é il male d3l calcio…il male del calcio sono i genitori. Saluti a tutti.

  3. Analisi molto corretta, mi permetto di aggiungere nella parte riguardante l’aspetto psicologico di non tralasciare di insegnare a recuperare il pallone quando lo si perde nel dribbling, altrimenti le conseguenze psicologiche possono essere disastrose sia interne che esterne per i componenti della squadra….
    Naturalmente sarebbe un argomento da ampliare.
    Comunque sono d’accordo sul riportare 1vs1 come parte importante degli allenamenti.
    Grazie e buon lavoro.

  4. Fausto zanesi

    condivido le parole di Antonio ormai si parla solo di 1>1 sembra che la superiorità numerica di ottiene solo con 1>1 io guardo giocare Barcellona Real Madrid e altre squadre di livello non mi sembra che e’ improntato tutto sull’ 1>1 anzi là superiorità numerica avviene sempre con il classico 1-2 oppure la sovrapposizione ma ormai si insegna solo 1>1 continuiamo per questa strada convinti che sia giusto così

  5. MarcoMatt

    tutto ciò fermo restando lo spirito di squadra, ovvero:
    – se un bambino non passa la palla perché prova a saltare l’avversario va bene
    – ma prova a saltare l’avversario perr non passare la palla ad un compagno di squadra no

  6. Felice Todisco

    Salve a tutti, quando si parla di lasciare liberi i piccoli di tenere palla e saltare i compagni, ci si riferisce alla più piccola età dove i bambini devono sviluppare anche la personalità. Parlare di 1-2 del Barcellona non credo abbia attinenza con i piccoli calciatori. Questi devono innamorarsi di questo sport. Imponendo loro degli atteggiamenti in campo non condivisi dalla loro fantasia, li renderebbe succubi, e non da la possibilità agli allenatori di capirne le attitudini, scegliendo così senza criterio un ruolo per il futuro magari non idoneo. Ricordiamoci che bisogna prima imparare a scrivere e poi a fare gli scrittori.
    Saluti.

  7. Alessandro

    Bellissimo articolo, finalmente sfata un tabù. Ho assistito personalmente ad allenamenti dove l’istruttore cantava una cantilena del tipo “passa la palla… passa la palla…” ai suoi ragazzi. Impedendo di fatto lo sviluppo decisionale e creativo dei piccoli atleti. In Italia non è vero che Nn nascono più i Baggio, del Piero o Totti.
    Al contrario Nn siamo più in grado di formarli, gli atleti, sono rinchiusi in una “gabbia” di nome tattica, fin da piccoli.
    Ottimo articolo.

  8. Luca Filograno

    Rileggendo i vostri commenti, essi esprimono concetti corretti.
    L’obiettivo di questo articolo, nato chiaramente come una provocazione, è evitare di fare danni in un momento evolutivo così importante e stimolare la conoscenza approfondita dei propri giovani calciatori.
    In sintesi si tratta di lasciare sempre la libertà decisionale evitando di prendere decisione al posto loro e soprattutto di ricercare una relazione profonda.
    Se il dribbling è l’unico strumento conosciuto dal piccolo atleta, il coach ha il compito di ampliare le sue competenze.
    Pensare sempre, prima di agire; un po’ quello che richiediamo a loro.

  9. UBERTO ROSA

    Sono allenatore Uefa b e allenatore in una scuola calcio di Fano. Condivido il contenuto dell’articolo. Dal cortile dell’oratorio dove il bambino giocava libero sperimentando senza troppi interventi esterni uscivano campioni.. bravi nel saltare l’avversario…ma a contrario anche campioni bravi nella marcatura “dell’avversario”… se le scuole calcio e gli allenatori “educatori” delle stesse non si adeguano alla giusta metodologia da applicare con i giovani (6 – 12 anni), peraltro indicata dal Settore Tecnico il calcio italiano non può “rinascere”. Il tema mi accalora e sono contrariato, perché troppe scuole calcio e allenatori non si attengono alle direttive, anteponendo i propri interessi individuali a quelli della corretta crescita dei ragazzini. Cambiamento culturale difficile ma non impossibile nel contesto di una società civile sempre più problematica e inadeguata. Forse le direttive dovrebbero essere più stringenti e vincolanti per chi vuole operare con i bambini. Questo il mio modestissimo parere basato peraltro su pareri autorevoli ai quali aderisco in toto. Piu saranno i dirigenti e tecnici delle scuole calcio ad operare con coscienza e competenza più probabilità ci saranno di far riemergere il calcio in Italia. Il Calcio il gioco più bello del mondo!

    1. Luca Filograno

      Ciao Uberto.
      Hai centrato il problema: la svolta che stiamo cercando deve essere un cambiamento culturale che deve riguardare non soltanto il calcio, ma un po’ tutti i settori.
      Tutti – nel calcio – sono abituati a ragionare in modo immaturo e fanciullesco, a qualsiasi livello.
      Se un bambino ha 10 caramelle per un periodo di tempo limitato (10 giorni) difficilmente eviterà di mangiarne tutte e subito.
      Soddisferà immediatamente il proprio desiderio oltre misura, mangiandole tutte. Per poi rimanerne senza per i 9 giorni successivi.
      Scuole calcio e allenatori molto spesso ragionano così: meglio “lavorare” per avere un risultato immediato (la vittoria di una gara) che programmare, organizzare la formazione su step, insegnare davvero con pazienza e attenzione.
      Si vuole tutto e subito, non curandosi delle conseguenze a medio e lungo termine.
      Dobbiamo cercare di passare a un modo più adulto di soddisfazione delle nostre “pulsioni” e dei nostri desideri.
      Una caramella al giorno – una progressione didattica efficace e paziente – ci permetterà di essere felici nel tempo.

      1. Macri

        Ciao Luca, bellissimo articolo che aiuta in particolar modo noi genitori a capire. A volte siamo più felici noi per la vincita delle partite che gli stessi bambini. Quest’anno abbiamo un mister che lavora esattamente con questa metodologia, e i bambini hanno in questo modo la libertà di esprirsi e di esprimere il proprio talento. La cosa principale che noto è la serenità con cui giocano i ragazzi (mio figlio ha 11 anni) . Quando sono in partita l’unico suggerimento che si sente è “ragiona” proprio per spronare i ragazzi a trovare la migliore soluzione. Ciò allena tecnica e memoria. In campo però spesso si crea confiusione anche perché è il primo anno che lavorano in questo modo .Certo per noi genitori non è semplice , specialmente in un mondo dove spesso conta la fisicità il risultato la furbizia. L’unica cosa è che penso che a volte si possa perdere un po’ lo spirito di squadra ed alimentare qualche egoismo di troppo. La ringrazio per avermi fatto riflettere.

        1. Luca Filograno

          Ciao Cristina,
          il tuo commento disegna perfettamente la situazione attuale, con tutti i pro e i contro del caso.
          Io sono convinto che la risposta sia sempre la stessa: “formare il formatore”, sia esso un coach, un insegnante o il genitore stesso.
          Stiamo cercando di cambiare: il calcio sta cercando di cambiare sé stesso.
          Tutti insieme ce la faremo!

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