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Calcio giovanile: complicanze, ruoli, passione e risultato

Alessandro Apicella, formatore, istruttore, maestro di calcio giovanile ha scelto di condividere i suoi pensieri e le sue idee con tutti noi, in una collana composta da sei articoli.

Il suo modo di pensare, vedere e operare è squisitamente in linea con la nostra filosofia.
Forse questa prima parte è leggermente “lunga”, ma di piacevole e scorrevole lettura.

Un calcio diverso è possibile.
Un calcio diverso è un dovere.

Del calcio giovanile e dintorni

calcio

La curiosità. Quello che ti spinge a voler conoscere, provare, sapere.
La curiosità è una motivazione molto forte: penso che se non sei curioso, difficilmente scoprirai qualcosa.

Nel periodo storico in cui ci troviamo, soddisfare le proprie curiosità, avvicinarsi a questo o quell’altro ambiente, reperire informazioni  è di una semplicità senza pari rispetto a 25 anni fa.

Esiste internet. Ed è dato per scontato, ormai facilmente raggiungibile e consultabile da chiunque in qualunque posto con qualunque supporto digitale, sia esso un pc, un telefono, un tablet, un taccuino con connessione internet, un piccione viaggiatore wireless.

Quello che manca, rispetto a 25 anni fa, è proprio la curiosità, forse complice questa facilità nel reperire informazioni, un’era del tutto pronto e tutto facile. Tutto preordinato, tutto scritto, tutto uniformato. Tutto è già stato detto e tutto è già stato affrontato. Non c’è più niente da dire quindi.

Oppure no.

Se ribaltiamo queste considerazioni su quello che è il mondo variegato del calcio giovanile, ci troveremo di fronte a una pletora di informazioni, di schemi, esercitazioni, tattiche, metodi, santoni, nostalgici, futuristi. Ricette magiche, inguaribili romantici, federazioni all’avanguardia, strutture mirabolanti o fatiscenti. Video, corsi, insegnanti personali, manuali.

E anche qui, tanto più sei curioso, più ti addentrerai nelle questioni, e imparerai cose, applicherai modi, farai esperienze, costruirai modelli, svilupperai idee autonome.

Oppure no.

Complicanze

“Il calcio è un gioco semplice basato sul fare e ricevere passaggi, controllare la palla ed essere abile a ricevere un passaggio. Tremendamente semplice” [Bill Shankly].

 “La soluzione che sembra più facile, è la più facile” [Johann Cruyff].

Terribilmente. Incredibilmente. Obiettivamente. Inconfutabilmente, direi.

Il calcio è uno dei giochi più semplici che esistano, non per altro è il più seguito e praticato a livello mondiale.

Si dividano due squadre possibilmente di egual numero di giocatori e si prenda una palla (di materiale qualunque, dagli stracci arrotolati alla carta con il nastro adesivo al cuoio con camera d’aria ai materiali sofisticati di sintesi, ma in casi estremi andrà bene una lattina, una bottiglia, un oggetto qualunque che possa essere preso a calci senza farsi troppo male).

Scopo del gioco è mandare la palla in un apposito spazio (detta “porta”) oltre la linea di fondocampo avversaria, calciandola con i piedi. Un giocatore può essere deputato a difendere la propria porta e, in prossimità di essa, gli è consentito usare le mani per giocare la palla.

Se la palla esce dallo spazio di gioco dovrà essere rimessa in campo dalla squadra che non l’ha buttata fuori, con le mani. Se esce oltre la linea di fondocampo idem, ma si rimette in gioco dall’angolo formato dalle linee se l’hanno buttata fuori i difendenti, con i piedi, oppure dal portiere, se l’hanno buttata fuori gli attaccanti, sempre con i piedi, in prossimità della propria porta.

Fine.

Dimenticate tutto quello che sapete o che credete di sapere sul calcio.
Dimenticate schemi, moduli, terminologie. Dimenticate il calcio degli adulti, è un veleno che ammorba l’aria che respiriamo.

Allontanatevi come dalla peste da chi propone modelli miniaturizzati di calcio degli adulti applicato ai piccoli. Da chi fa correre “per mettere benzina nel motore”, “fare il fondo”. Da chi pensa che le “partite” del sabato abbiano una qualche valenza diversa dalla didattica, quelli che vincono a tutti i costi, quelli che vanno sul giornalino di paese coi risultati dei pulcini.

Qui si parla del calcio dei piccoli, puro, cristallino, propedeutico.
Il calcio semplice, o meglio la semplicità del calcio.

 

Complicanza 1: i ruoli

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Nel calcio dei bambini, e, per estensione, nel calcio in generale, esistono soltanto due ruoli: chi ha la palla e chi non ce l’ha. Costringere un piccolo giocatore in un ruolo, ovvero in una porzione di campo da presidiare è una abitudine deprecabile, retaggio del calcio degli adulti: è specializzazione.

La specializzazione precoce in un ruolo crea piccoli giocatori che sanno fare benissimo una cosa, e male o per niente le altre; sapranno fare benissimo gli esterni o i difensori centrali o gli attaccanti, ma non viceversa.

Non definendo i ruoli nei bambini, si da possibilità di sperimentare in svariate zone del campo esperienze di tipo diverso, poiché è risaputo che vedere il terreno di gioco da prospettive differenti cambia la percezione dello spazio e della realtà personale.

Banalmente, se gioco in fascia avrò da fare alcune cose in un certo modo, conscio che da una parte c’è la linea di fuori. Se gioco dietro so che oltre a me c’è solo il portiere, e vedo benissimo il resto. Se gioco davanti so che oltre me non c’è più nessuno, se non avversari.

Se gioco in mezzo ho tutte le difficoltà degli altri e anche qualcuna in più.

Quindi, didatticamente parlando, per imparare qualcosa di nuovo ogni volta, dovrò giocare spesso in mezzo, spesso davanti, spesso dietro, spesso in fascia, in modo da non avere sicurezze, certezze, ma imparare ad affrontare difficoltà diverse ogni volta.

Appare chiaro come, specializzando i ruoli, avrei bambini più pronti e più in fretta in una determinata posizione, il che porterebbe in tempi più brevi a raccogliere risultati numerici o soddisfazioni in termini di gioco collettivo espresso.

Ma il risultato nel calcio dei bambini è un aspetto secondario, e lo stesso vale per il gioco collettivo espresso.

Complicanza due: il collettivo

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Da qualche anno a questa parte, in pratica da quando Joseph Guardiola ha riproposto con successo un certo stile di gioco, vincendo e convincendo a livello internazionale, siamo tutti Pep.

Tutti.

Tutti i tifosi, tutti gli appassionati, tutti gli opinionisti e, mio malgrado, anche tutti gli istruttori. Siamo pro Pep o contro Pep. Ma alla fine, il tiki taka affascina tutti.

Nelle categorie della scuola calcio, soprattutto nelle più basse, il collettivo è una entità astratta e distante. Certo si può imporre il collettivo, ma non è mentalmente nelle idee di nessun bambino fino agli 11-12 anni. Non c’è proprio, non lo capiscono e addirittura lo rigettano.

Esperimento.

Prendete 6 bambini di età compresa fra i 7 e gli 11 anni, date loro una palla e uno spazio per giocare.
Dopo 4 minuti circa, il gioco si è evoluto in un “tutti contro tutti e tiro in porta”, il che naturalmente è ovvio.
Supremazia, egocentrismo. Ognuno deve dimostrare a tutti che è più bravo, o più forte fisicamente o qualunque altra cosa.

Se lo stesso esperimento si ripete con bambini fra i 12 e 15 anni, il gioco si evolve in “due squadre abbastanza squilibrate e gara dei tunnel”. Fra i 15 e i 18 “due squadre abbastanza equilibrate e tiro in porta”. Oltre i 18, 20 anni, a un torello o a una gara di palleggi in cerchio o simili.

Alla mia età, “fate voi che io ho le ginocchia a pezzi, un colpo d’aria, la congiuntivite, il morbillo, ho le scarpe strette” e altre scuse simili.

I bambini non vedono la poesia del fraseggio, raramente comprendono l’importanza di avere dei compagni. Vogliono risolvere situazioni in solitaria, far vedere, esagerando, anche.

E’ proprio su questo che dobbiamo fare leva, fin quando è possibile: insegnar loro ad essere efficaci e decisi e sicuri contro uno, due tre avversari, ad ogni costo. E se si ricordano di avere anche dei compagni che possono essere utili al gioco, meglio.

Complicanza tre: il risultato

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Questa è una complicanza introdotta esclusivamente dagli adulti, per gli adulti e per nessun altro. Il risultato numerico di un incontro nelle categorie di base è irrilevante. Non vi è nessun tipo di classifica federale, non vinci niente, non perdi niente, non sali e non retrocedi. Niente.

Il risultato da perseguire con ogni mezzo non è la vittoria di un incontro, ma il gesto del singolo.

E’ difficilissimo, per gli adulti, svincolare la prestazione singola in uno sport di squadra.
Si guarda sempre e comunque al gruppo, e, giocoforza, al risultato ottenuto dal gruppo. Se non numerico, almeno di sviluppo del gioco, cosa che abbiamo già affrontato nel punto sopra.

Valutare la crescita, il miglioramento, il peggioramento di un singolo bambino nel momento di verifica è complicato.

E’ complicato vedere come si muove: se fa bene un controllo e se oltre a farlo bene lo fa efficacemente.
Se prova il dribbling con sicurezza, se oltre a provarlo gli riesce anche.

Se tenta il tiro in porta o preferisce delegare qualcun altro, se oltre a tirare risulta anche coordinato nel movimento.
Oppure se nel delegare il tiro si vede paura di sbagliare o certezza nel fornire un passaggio utile.

Per quello abbiamo gli allenamenti. Facciamo gli allenamenti apposta per spiegare, provare, scoprire, sbagliare, riprovare, affinare, osare.

E poi andiamo alle “gare” dove è uguale, senza la parte dello spiegare.

Complicanza quattro: l’allenatore

Tempi di gioco

La regina delle complicanze, nel calcio di base, è la figura dell’allenatore. L’allenatore nel calcio di base non esiste. Punto.

L’allenatore, per estensione è il “Tecnico specializzato preposto alla direzione degli allenamenti di un atleta o di una squadra, con il compito di svilupparne le possibilità e capacità fisiche, di curarne la preparazione anche psicologica, di insegnare la tecnica dello sport e le tattiche di gara.” (fonte: Treccani.it)

Abbiamo appena detto che la gara e il risultato non contano, quindi non ci sono allenatori. Ci sono istruttori, o al limite, come diceva un compianto e geniale insegnante di calcio (Horst Wein ndr), formatori. In pratica, ci sono dei maestri.

A tutti è capitato di essere chiamati “Maestro” da almeno uno dei nostri piccoli allievi. Dico allievi infatti, e non giocatori, o calciatori. Non lo sono ancora, hanno un sacco di strada da fare per diventarlo. E’ bellissimo, essere chiamati “Maestro”. Ti da l’importanza di uno che ne sa e che cerca di insegnare qualcosa.

Ma la verità incontrovertibile è che lavorando con i bambini, i veri allievi siamo noi adulti, ogni volta.

Eccoci al punto di partenza. Dimentichiamoci del calcio degli adulti, di allenatori, calciatori, ruoli, squadre, risultati.

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6 Responses
  1. Massimiliano Bruni

    Grazie, leggendo mi rendo conto di applicare esattamente quanto letto. Nelle giornate di raduno che facciamo con altre società mi accorgo spesso miei colleghi che cercano solo il risultato. Continuiamo a divulgare la semplicità di un gioco meraviglioso. Infinitamente GRAZIE.

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