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Mental Coach: Scuola Calcio e Settore Giovanile

La storia di Paolo, giovane formatore/istruttore di un gruppo di giovani calciatori della Scuola Calcio, è solo uno dei tanti modi in cui lo Psicologo dello Sport (l’unica figura di Mental Coach ufficialmente riconosciuta e competente) può essere d’aiuto per conoscersi a fondo e per imparare a comprendere la diversità di ciascuno dei nostri piccoli giovani atleti.
Questo è uno dei tanti racconti presentati in “Nella stanza del Mental Coach” (Gladys Bounous, Edoardo Ciofi), interessante contributo che presenta numerose situazioni in cui il sostegno dello Psicologo dello Sport diviene un importante strumento di crescita personale e di miglioramento della performance.
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Mental Coach: il ruolo dell’allenatore

mental coach

Paolo è un allenatore, o come sarebbe più corretto dire, un “istruttore” di scuola calcio, ma tutti i suoi bambini lo chiamano semplicemente “mister”.
Il vero lavoro di Paolo è in una piccola impresa edile, ma tre giorni alla settimana (week end compresi) sono spesi con gioia tra allenamenti e partite di una squadra di giovani calciatori.

Paolo è un ragazzo giovane, molto sensibile e attento alla propria crescita professionale; egli ricerca attivamente ogni occasione utile per la propria formazione e per migliorare il suo ruolo di istruttore.
E’ proprio a un corso di formazione che mi (Gladys Bounous – autrice e Mental Coach) è capitato di incontrarlo per la prima volta.

Paolo: “Mi ha davvero entusiasmato il tuo lavoro: fino a oggi avevo sempre solo sentito parlare della match analysis, ma ignoravo l’esistenza di qualcuno che applicasse questa metodologia al ruolo dell’allenatore; non immaginavo si potessero scoprire cose così interessanti“.

Paolo era reduce da un workshop dove avevamo presentato la nostra applicazione per iPad, Evolution4Coaches (E4C), che consente di realizzare un’analisi comportamentale dell’allenatore in campo, fornendo un report quantitativo e dettagliato di tutti gli eventi rilevanti (comportamenti) che l’allenatore aveva mostrato durante l’allenamento.

Paolo: “Io mi diverto molto, con i miei ragazzi: tuttavia, nonostante siano bravissimi sia in allenamento che in partita, mi piacerebbe che loro osassero di più. Loro fanno tutto quello che dico: mi ascoltano e provano a fare le cose, anche se sono difficili per loro; Mi piacerebbe, però, che in partita prendessero un po’ di più l’iniziativa“.

“Io preferisco in gol in meno, ma un’azione in più; loro, però, sono molto restii a osare. Dopo il corso di formazione dell’altro giorno, mi chiedo se non sia forse io a inibire i loro comportamenti, senza accorgermene.

Dopo aver raccolto i dati durante l’allenamento e la partita di domenica e successivamente all’analisi, questo il colloquio tra Paolo e la Psicologa dello Sport.

Psi: “Paolo: tu hai veramente un bel rapporto con i tupi bambini; si vede che tu tieni molto a loro e credo che loro questo lo sentano. Nel corso di questo allenamento li hai chiamati per nome 75 volte: di queste 75 volte complessive, per 32 hai chiamato lo stesso nome, Michele.
Come mai, secondo te, emerge questo dato?”.

Paolo: “Oddio: si vede così tanto? Io non pensavo…”.

Psi: ” Questa è solo una riflessione, di queste 32 volte in cui tu hai chiamato Michele, alcune erano per correggerlo, altre per sottolinearne aspetti positivi. Il dato di fatto è che tu ti sei rivolto a un ragazzo soltanto per quasi la metà delle volte che hai chiamato per nome i tuoi ragazzi: vorrei comprendere il perché insieme a te”.

Paolo: ” Io ho un debole sportivo per Michele. Non che non sia affezionato anche agli altri, ma lui mi ricorda tanto il mio nipotino e vorrei che riuscisse bene. Lo riprendo spesso perché vorrei che migliorasse, ma al tempo stesso lo premio perché non si senta troppo sotto pressione. Ho però sempre cercato di controllare questo mio debole”.

Dopodiché di si concentrò per cercare una possibile risposta alla domanda di Paolo: “perché i bambini, pur avendo tutte le capacità di farlo, non osano di più? Perché non si assumono il rischio di sbagliare?

Mental Coach: addestrare vs formare

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Psi: “Ora, se ti va, concentriamoci un po’ sul tuo stile di feedback (ciò che viene detto dall’istruttore/formatore in risposta a un comportamento). Come vedi, dai dati emerge chiaramente che c’è un buon equilibrio tra la correzione degli errori e il rinforzo delle cose positive che fanno in campo. Guarda, però, questo dato: la maggior parte di feedback che tu offri loro è di tipo prescrittivo (tipologia di feedback che fornisce all’atleta informazioni precise su cosa deve o non deve fare; prescrive un comportamento specifico: “passa la palla a Marco”); questa modalità è da te impiegata sia in allenamento che in partita. In altre parole tu dici sempre loro cosa fare o cosa non fare: cosa ti fa pensare questo?”.

Paolo: “Forse li sto abituando troppo al fatto che sia sempre io a dare le direttive e loro ad agire sempre sulla base delle mie indicazioni”.

Psi: “Esatto e questo non è sempre un male. Ma tieni bene a mente il pensiero di Confucio: “Se per strada incontri un affamato, dagli una ciotola di riso e per quel giorno non avrà fame; se, invece, gli insegnerai a coltivarlo, non sentirà più fame per la vita”.

[articolo tratto da “Nella stanza del Mental Coach”, di Gladys Bounous ed Edoardo Ciofi, su autorizzazione degli autori]


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