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Autoarbitraggio: occasione o confusione?

In Italia è prassi molto diffusa lamentarsi a oltranza della condotta altrui; si è giudici severi delle abitudini degli altri, ma si diventa molto più tolleranti e pacati quando sono le proprie azioni a essere poste sotto la lente d’ingrandimento.
Un paese civile che voglia/possa definirsi tale necessita di regole implicite o esplicite per ordinare i comportamenti delle persone, o per lo meno di alcune di esse; le regole hanno bisogno di un garante, una persona che agevoli le interazioni tra le parti e sia al di sopra di esse, che determini cosa sia lecito e illecito, sulla base di un codice stabilito in precedenza da enti competenti preposti.


Le regole

Autoarbitraggio
Un codice condviso

Ogni gioco ha le sue regole, il calcio non fa eccezione.
Secondo Spazio-Psicologia, “Le regole sono, infatti, un pilastro importante nel delicato processo di crescita, nel rispetto di una civile convivenza, e si stabiliscono sin dalla primissima infanzia”.

La Psicologia Culturale ” studia le regole adottate dall’uomo al fine di ricreare significati all’interno di contesti culturali; vi sono regole esplicite, indicate materialmente da appositi avvisi e/o cartelli e regole implicite, che si rendono palesi solo quando violate (parlare ad alta voce in chiesa, a esempio).

Le regole, raggruppate in codici, sono propedeutiche alla crescita dell’individuo e coordinano le relazioni tra persone; negli sport separano i comportamenti leciti da quelli no: orientano le azioni individuali e le strategie collettive nel articolato percorso verso la vittoria.

Ogni codice ha un proprio garante: un preposto in grado di permettere ai partecipanti di interagire tra loro in modo coerente e paritario.


L’arbitro

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Il Garante del gioco

L’arbitro ha un ruolo importante, forse addirittura sopravvalutato: sono in molti a pensare che sia il vero artefice della propria vittoria e/o del proprio fallimento.
Il giudizio di una performance arbitrale da parte degli attori coinvolti (calciatori, allenatori, tifosi) è inesorabilmente vincolato al risultato raggiunto, o mancato, dalla propria squadra.
Lo sport è prima di tutto rappresentato dal valore della prestazione stessa, che trascende l’esito di un incontro o di una gara.

Un velocista vince una semifinale percorrendo 100 metri in 11″ e poi perde la finale in un tempo di 10″30: quale delle due prestazioni può essere considerata quella vincente?
Se si riesce a “slegare” la performance dall’esito generato, ecco che la situazione diventa decisamente più chiara.

Da qualche anno la Federazione Italiana Gioco Calcio ha imposto l’autoarbitraggio per le categorie “pulcini”.
Questa pratica prevede che siano gli stessi bambini a decidere quando fermare l’azione di gioco per un fallo o decidere “di chi sia una rimessa laterale”.
Tutto questo sotto la supervisione più o meno attenta di un rappresentante della società ospitante che ha il compito di intervenire in caso di una “clamorosa svista” o nel momento in cui i partecipanti al gioco non trovino un accordo immediato.

Forse tutto questo nasce con l’obiettivo di sensibilizzare i giovani calciatori al rispetto reciproco; forse riporta alla mente le “partitelle dei giardini” in cui si giocava tutti senza supervisore alcuno.


La furbizia

Autoarbitraggio
“L’ho presa col mento”

Così come è importante diversificare “risultato e prestazione” è fondamentale sottolineare le differenze tra “furbizia e intelligenza”: gli elementi delle due coppie possono essere facilmente messi in relazione.
Furbizia è arrivare prima degli altri: raggiungere la meta, l’obiettivo (il risultato) nel modo più facile, breve e comodo possibile, incuranti della modalità con cui si ottiene il successo.
Intelligenza è comprensione, azione e pianificazione. E’ il mezzo attraverso cui analizziamo il contesto e produciamo risposte adattive e funzionali, atte a modificare l’ambiente (di gioco) in modo da trarne vantaggio.
L’intelligenza è metodologia di lavoro, strumento e mezzo: l’intelligenza è coerenza e funzionalità della prestazione.

Le regole esplicite e condivise del gioco delineano l’ambiente in modo strutturato e inequivocabile; esse stabiliscono dei “gradi di libertà” entro cui il partecipante può e deve muoversi, utilizzando tutti gli strumenti, le azioni e le strategie più utili per arrivare alla meta.

Le regole strutturano il tempo e lo spazio: l’assenza di regole genera una confusione in cui vince il più furbo.
In questo ambiente dai contorni diffusi proliferano figure improbabili come il “Pera“, una sorta di pseudo allenatore da bar, che sicuramente tutti noi abbiamo incontrato e dalle caratteristiche ben precise. (MetaAllenatori)
Eliminare il garante può portare a questi rischi.


Autoarbitraggio una scelta difficile

Autoarbitraggio
“Street’s Democracy”

La FIGC descrive l’autoarbitraggio come “una delle grandi innovazioni e al tempo stesso una sfida…una modalità di gioco che permette di esprimere il bisogno di confrontarsi e realizzarsi dei bambini con maggiore libertà e autonomia e una minore pressione psicologica”.

L’autoarbitraggio ha origini antiche e contorni decisamente nostalgici; di certo si trascina dietro il paradosso di una forma democratica un po’ farlocca.
Siamo sicuri che l’assenza di un garante del gioco generi un piccolo sistema democratico, così come accadeva quando si giocava liberamente al giardino o in cortile?

Non siamo tutti uguali; non lo sono i nostri giovani calciatori di oggi e non lo eravamo noi che si giocava in strada.
Così come non lo erano i differenti giudizi e pareri: il bambino più grosso e deciso spesso aveva l’ultima parola; il proprietario del pallone decideva cosa fosse lecito e cosa non lo era con il classico mantra “il pallone e mio e decido io”.
Nello stesso modo in cui oggi, a bordo campo, vale di più la voce di quell’allenatore che comanda, dirige, strilla, a volte minaccia ergendosi ad arbitro e giudice.

Non bisogna inoltre dimenticare l’importante funzione formativa che l’arbitro ha per i piccoli giocatori: essi giocano per divertirsi, vogliono giustamente vincere (loro possono!) e non hanno ancora sviluppato le competenze necessarie per decidere se una certa azione è da considerarsi “fallo” oppure no.

Pretendiamo insistentemente la nascita di una cultura ed etica sportiva, il rispetto dei ruoli, delle decisioni e dell’autorità e per fare questo eliminiamo la figura che incarna questi valori in un periodo così sensibile del periodo evolutivo.
Quantomeno singolare…


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3 Responses
  1. Isac

    Parole sante Luca, nello sport come nella vita. Poi negli ambienti sportivi va molto di moda non vedere la trave conficcata nel proprio occhio e protestare a quattro mani per la pagliuzza nell’occhio altrui.
    Che dire, sicuramente i ragazzi di oggi non ricevono dai media ne da noi adulti, degli esempi etici e culturali straordinari. Anche perché il “furbo” e il “pera” che tu citi, fanno e faranno sempre più notizia dell’intelligente.
    Ora come ora l’autoarbitraggio può essere forse un metodo per alleviare un po la tensione che troppo spesso si respira sui campi di Pulcini e Esordienti. Credo però in definitiva valga la pena far provare i ragazzi a “costruire” l’arbitraggio della propria partita. Anche rischiando forse u po di caos, e quindi l’intervento continuo di un supervisore.

    1. ANDREA DOMESI

      ritengo, per esperienza fatta, che un metodo efficace per aiutare i nostri ragazzi a crescere sia l’esperienza di ARBITRARE UN TEMPO DELLA PROPRIA PARTITA.
      Durante la gara, magari a turno, un ragazzo invece di giocare arbitra i propri compagni/avversari, obbligatoriamente aiutato da un adulto

  2. Andrea

    Bell’articolo, che condivido in pieno. Forse la soluzione, per esperienza personale, è quella di arbitrare “marginalmente”. Ovvero, arbitrare,non da protagonisti, ma lasciando più spazio per pensare cosa è giusto, intervenendo, ma lasciando la prima scelta ai bambini. Sicuramente è un po’ ipocrita cercare di voler spingere i bambini ad essere giusti, quando sono attorniati da furbi.

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